Considerazioni intorno  al ritrovamento del manoscritto della
"Storia generale"
di Giangirolamo de' Rossi

di Pier Luigi Poldi Allaj
 

 

 

Alla memoria
di Michele Moretti,
nostro indimenticato Giangirolamo

 

 

Non so se la notizia possa essere di interesse generale, ma credo, in ogni caso, che possa destare la curiosità di quei pochi intimi che si interessano di  cose rossiane, con particolare riferimento alla vita ed alle opere di Giangirolamo (Johannes Hieronymus) de’ Rossi, ricordato dai posteri, oltre che per la sua importante attività politica e religiosa,  quale fine e sensibile poeta ed insigne storiografo, autore di una “Storia generale”, di cui dal 1831 si sono – o meglio, si erano –  perse le tracce.

 

Ireneo Affò ne tracciava una ampia biografia, illustrandone i titoli di Vescovo di Pavia e di Governatore di Roma. La sua popolarità, nel XVI secolo, era molto grande e persino Matteo Bandello lo inseriva, soggetto principale, in una sua novella. Gli ultimi anni della sua vita li passava nella Villa del Barone, tra Montemurlo e Prato, e in quel luogo redigeva, su commissione del cugino Cosimo I de’ Medici, la  “Storia generale”.

 

L’opera, dopo varie vicissitudini sei-settecentesche, veniva visionata nel 1831 presso l'Archivio Uguccioni da Giuseppe Montani, ultimo noto ad averla avuta fra le mani, e descritta in una "lettera" pubblicata sul volume n. 43 (luglio 1831) della "Antologia, giornale di scienze, lettere e arti", come evidenziato anche dal prof. Vanni Bramanti nell’introduzione della “Vita di Federico di Montefeltro” (p. XXXVIII): Un discorso a parte merita quella che il de' Rossi ha più volte definita la sua Storia generale. L'opera, sicuramente di mole cospicua, al momento risulta scomparsa, ma non dovette essere così fino ai primi decenni del secolo scorso: nel 1831, infatti, il Montani ne offre sull'«Antologia» un'ampia descrizione dopo averla consultata a Firenze presso l'Archivio Uguccioni (dove era approdata proveniendo dalla raccolta Tempi, proprietari, questi, della villa II Barone dove, come già visto, aveva vissuto ed era morto il de' Rossi). Secondo il Montani, dunque, l'opera si presentava in sette libri («...in opposizione a quella del Giovio»), relativa ad un arco di tempo esteso dagli inizi del secolo al 1562; probabilmente redatta dietro sollecitazione di Cosimo dei Medici, che già aveva commissionato al Varchi la storia di Firenze, e, a giudizio del Montani «...forse la meno bella di quante ne furono scritte nel secolo decimosesto, ma forse la più curiosa...».

 

Resta il fatto che da quel dì l’opera pareva essere svanita nel nulla... sino alla tarda serata di lunedì 15 febbraio 2010, quando, nel compiere l’ennesimo giro di aggiornamento nella “rete delle reti” mi sono imbattuto in un saggio del cultore di storia senese Piero Pallassini pubblicato sul “Bullettino Senese di Storia Patria” (2007) intorno alla “guerra di Siena” (Una fonte inedita per la “Guerra di Siena”,  pag. 97-213).

 

Pallassini tratta l’argomento, di sua competenza e pertinenza, la “guerra di Siena”, desumendo notizie inedite da un manoscritto capitatogli fra le mani e del quale dà una ampia descrizione e l’esatta collocazione in collezione privata. Essendo il manoscritto “privo di titolo”, non viene riconosciuto per la “Storia generale”, cosa che invece appare inoppugnabile sovrapponendo la descrizione a quella fatta dal Montani, come di seguito si ritrascrivono.

 

PALLASSINI

Il contenuto del manoscritto è una cronaca molto articolata e precisa degli avvenimenti politici e in particolar modo militari accaduti in Italia e non solo, nel periodo che va dalla fine del XV secolo fino agli inizi della sesta decade del XVI, tanto da abbracciare il tempo di undici pontificati e cioè quelli di Alessandro VI, Pio III, Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII, Paolo III, Giulio III, Marcello I, Paolo IV e Pio IV. Il monumentale lavoro è privo del titolo e del nome dell’autore anche se questo, come vedremo più avanti, si è potuto infine individuare con tutta certezza. Il formato è di cm. 41 x 29 e si compone di carte rilegate in quindici fascicoli distinti ma con unica, progressiva numerazione. Il primo fascicolo, dopo sei carte bianche non numerate, va da c. 1 r. a c. 56 v. Il secondo, da c. 57 r. a c. 74 v. Il terzo, da c. 75 r. a c. 90 v. Il quarto, da c. 91 r. a c. 102 v. Il quinto, da c. 103 r. a c. 150 v. Il sesto, da c. 151 r. a c. 158 r.; la c. 158 v. è bianca. Il settimo, da c. 159 r. a c. 199 v. L’ottavo, da c. 200 r. a c. 205 r.; la c. 205 v. è bianca. Seguono tre carte bianche non numerate. Il nono, da c. 206 r. a c. 254 v. Il decimo, da c. 255 r. a c. 304 v. L’undicesimo, da c. 305 r. a c. 354 v. Il dodicesimo, da c. 355 r. a c. 380 v. Il tredicesimo, da c. 381 r. a c. 425 v. Il quattordicesimo, da c. 426 r. a c. 471 v. e termina con due carte bianche non numerate. Il quindicesimo è composto di 42 carte scritte su ambedue le facciate, ad eccezione dell’ultima che è scritta in una sola facciata e sono prive di numerazione. Seguono infine altre quattro carte bianche. Il testo, come vedremo, è stato scritto in parte direttamente dall’autore quando le sue precarie condizioni di salute glielo permettevano, ed in parte da altri soggetti sotto dettatura. Tra le c. 230 v. e 231 r. è presente un’incisione raffigurante una carta geografica di una parte del Lazio con Roma ed Ostia, titolata Mezo di Mare Tireno. Tra le c. 328 v. e 329 r. trovasi un’altra incisione con la raffigurazione della città francese di Chales [Calais] al tempo della guerra del 1558. Una terza è inserita tra le c. 337 v. e 338 r. ed è titolata: Il vero desegno de Thionville 1558. L’ultima incisione si trova tra le c. 445 v. e 446 r. e raffigura una fortezza a quattro bastioni che, come si deduce dal testo, è quella che fu eretta dall’esercito cristiano nell’isola di Terbè durante la spedizione contro i turchi del 1560. All’inizio del manoscritto è presente un piccolo fascicolo staccato, composto di tre pagine numerate e con il titolo Proemio, di calligrafi a probabilmente sei-settecentesca…

 

MONTANI

Il codice, che trovasi in questo palazzetto, per lo meno fin da' giorni del senator Giovanni Uguccioni, avo dell'attual possessore, è in gran foglio, di 471 carte numerate e 41 non numerate, con una piccola appendice di cui poi vi dirò. È scritto da mani diverse, talvolta d'assai bel carattere, sempre di carattere leggibilissimo, con giunterelle marginali e correzioni tra verso e verso, che solo al primo guardarle si fan credere di mano dell'autore. Questa mano mi pareva e non mi pareva di riconoscerla. Avea veduto qualcosa di simile in un codicetto riccardiano, ma d'un simile troppo più accurato che quasi potrebbe sembrar diverso. Però ebbi d'uopo di leggere alcun poco, per sapere s'io avessi aIla mia speranza altro fondamento che il mio desiderio … Essa è distribuita, se distribuzione può dirsi una material divisione, in sette libri o capi, ne' due primi de' quali si toccano sommariamente le cose occorse a' tempi d'Alessandro sesto, di Pio terzo, di Giulio secondo, di Leon decimo, d'Adriano sesto, di Clemente settimo e un po' più innanzi, cioè dal 1494, circa, al 1547; ne' cinque seguenti si narrano largamente le avvenute o almen parte delle avvenute a' tempi di Paolo terzo, di Giulio terzo, di Marcello secondo, di Paolo quarto, di Pio quarto, dal 1547, circa, al 1562. I primi due, per vero dire, non sono così un sommario storico, che pur non sieno talvolta un supplemento alle storie che da altri già si erano scritte. I seguenti, in cui abbiamo la storia, che l'autore, per ubbidir, com'ei dice, a chi potea comandargli, si propose particolarmente di scrivere, lo sono anche a varie che si scrissero dappoi”.

 

Sia Giuseppe Montani che Piero Pallassini attribuiscono il manoscritto, senza ombra di dubbio, desumendolo dal “Proemio” chiaramente posteriore e da “diversi riferimenti personali presenti nel testo”, a Giangirolamo de’ Rossi.

 

Il lavoro del Pallassini si divide in tre parti: una prima riservata ai preliminari ed alla vita di Giangirolamo, desunta dall’Affò e in parte anche dagli spunti autobiografici del manoscritto, una seconda per il contenuto del manoscritto dove sono riferiti gli avvenimenti principali del periodo preso in esame e compreso tra il 1492 ed il 1562, oltre che all’arguzia di un personaggio sanguigno quale era il nostro Giangirolamo ed ai rapporti con personalità ed artisti del tempo, una terza per la ritrascrizione integrale delle pagine riferite alla “guerra di Siena”.

 

 

Si ripropongono alcuni passi significativi del saggio del Pallassini.

 

Le numerose conferme sull’attribuzione dell’opera al Rossi emergono più volte mescolate tra i fatti narrati dall’autore, come ad esempio quando parla dei suoi parenti, dei luoghi d’origine o di sé stesso, pur non citandosi mai con il suo nome. Tra l’altro dice che Caterina Rearia Sforza, padrona d’Imola, et Forlì, sorella naturale di Lodovico Moro, duca di Milano, era sua ava materna, che lo stesso duca di Milano era quindi suo cugino e che un suo fratello, il capitano Pietro Maria Rosso dopo aver difeso Manfredonia assediata da Camillo Orsini era stato oltraggiato sopra modo di parole et fatti da Francesco Guicciardini, cosa che lo aveva indotto a passare, doppo la rovina di Roma, alli servizij di Cesare. Conferma anche che sua sorella Angela era la moglie di Alessandro Vitelli e cugina di Cosimo I, che lui è parmegiano e che S. Secondo è Castello di casa mia. Altri riferimenti personali ben precisi si hanno anche quando afferma di essere un sacerdote, di aver studiato a Padova, di aver fatto un viaggio in Ungheria e di essere amicissimo del padre di Piero Strozzi, Filippo. Inoltre non manca di mettere in rilievo il fatto di essere stato inviato da Papa Clemente VII in Ancona per soggiogarla in tutto alla Chiesa, essendo che quella città di tanta importanza all’Italia per quel famoso porto di mare, non solo facea professione di libera, et di pagar solo 3 mila scudi di censo alla Chiesa. Conferma infine, di aver ricoperto la carica di governatore di Roma, al tempo del papato di Giulio III.

 

 

Per meglio definire la personalità del nostro autore, sarà poi utile osservare come egli non abbia alcuna remora nel giudicare con severità e franchezza l’operato di molti potenti del tempo, non facendosi per nulla condizionare neanche dal suo stato vescovile. Un esempio tra i numerosi si ha quando critica papa Leone X accusandolo di avere elargito ai propri parenti, usandoli per necessità personali, i denari raccolti per la crociata contro i Turchi, con la donazione a sua sorella Maddalena delle elemosine che si raccoglievano con le indulgenze: Imperò parmi poter dire che la nostra religione non habbi e maggior nimicj che li pontefici, dico che cattivi; quali irreprensibilmente conoscendo quello che li osta dico per vera sperienza non li sanno o vogliano provedere; perciò che questo atto solo di Leone con la sorella, dovea pure fare astenere Paolo 3° et Pio 4°, Paolo, a non donare le spoglie de’ preti sotto varij pretesti et male osservati alla duchessa di Castro moglie del suo figlio Pier Luigi, et Pio alla duchessa Leonora di Firenze, cose veramente di mal exemplo et che si doverriano fuggire in ogni tempo, massimamente in questi così turbulenti et pieni di eresie, nate dal principio per simili cagioni il che s’intende anco detto per molti altri abusi de’ quali non intendo parlare se non in quanto sarò dalle materie occorrenti sforzato.

Spesso il Rossi dimostra di essere anche un attento ed arguto osservatore non solo degli aspetti pubblici della storia, ma anche della vita privata dei potenti del tempo, rendendo la narrazione assai gustosa perché condotta con spirito scanzonato ed ironico, come in questo caso: Torna bene raccontare il caso della figliuola di papa Innocenzio Cibo genovese (anco che fosse innanzi del tempo del quale havemo preso a scrivere) la quale havendo sì gran foia che non si potea contenere da chiunche volessi godere di lei, il papa convocò tutti li medici periti di Roma per rimediarvi, quali con gran discorsi e medicine le fecero di molti ripari, ma non giovandone alcuno, conchiusero che Sua Santità o la ponessi in un monasterio di monache rinchiusa, o vero la lasciassi fare a suo modo, che il tempo, e il non vietarli quello che essa tanto disiderava, il che a ciò fare naturalmente più la incitava, forse la guaririano. Il qual consiglio haverei io ancora saputo dare che non ho studiato medicina, anzi un migliore di quello del serrarla nelle monache, cioè di porla nel maggior convento di frati di quella città, li quali gli haverebbono predicata meglio la castità.

La stessa arguzia la ritroviamo anche quando parla del re Francesco I, rivelando un aspetto poco conosciuto del sovrano: Il re Francesco di Francia si tinse lungamente la barba e li capelli per parere giovane più di quello che egli era, essendo molto dedito alle cose amorose. Onde infermatosi poi, fece voto e presuposto di non se la tingere più, come che s’havessi votato a S. Francesco di vestir bigio, di maniera che uscendo fuora tutto canuto, come fu guarito in un subito, porse occasione a tutti quelli che lo viddero di ridere, et egli se ne rise ancora con esso loro più degl’altri, per essere nel vero affabile e vertuoso, massimamente che un buffone italiano arguto gli disse: Sire laudato sia Dio che ora sete re e non più dipintore. Sopra di che Sua Maestà se ne pigliò molto piacere, il che per aventura non harebbe fatto qualch’un’altro.

L’autore, talvolta, si sofferma anche sulle diverse patologie mediche che affliggevano varie personalità del tempo, non mancando nemmeno di manifestare un certo scetticismo sulla capacità dei medici di porvi rimedio; è il caso di quando parla, ad esempio, di Eleonora di Toledo, affetta evidentemente da bulimia: Ella fece poi anco stupire tutti li medici toscani per li molti disordini che nel viver suo faceva, tra quali era il minore il bere col ghiaccio il verno e subito che havea partorito un figliuolo, e mangiare assai più del bisogno suo et a hore estraordinarie, col fare del dì notte, e della notte giorno, tal che era forzata (dico continuamente) a usare il vomito subito dopo mezz’hora del pranzo e della cena. Sopra di che molte volte discorrendo li medici toscani, conchiusero che finalmente non potea durare se non mutava vita con la parsimonia, non di meno riuscendo la pratica in contrario, mutorono essi poi oppinione e dissero che ella seguitassi a continovare ciò, perché la natura sentiva bene di tal vomito, ancorché fosse continovo, perciò che ella pigliasse quello li facea più di  mestieri, et il restante, come provida maestra, mandava fuori. Il che ho voluto raccontare perché in questo avanzano il consiglio di Celso, quale non loda il vomito se non una volta il mese, e perché si vegga come sono fatti li discorsi de’ medici quali sono li nostri micidiali e sempre forono a un modo, e da fuggire come la peste.

Anche l’interesse per le scoperte geografiche, che si susseguivano numerose dopo l’impresa di Colombo, traspare talvolta con evidenza come quando il Rossi parla del navigatore francese Jacques Cartier che nel 1534 e 1535 aveva raggiunto nuove terre nell’oceano verso le Indie imponendogli il nome di Nuova Francia: sopra di che il re (quando io fui in Francia) mi fece un lungo discorso, dimostrando havere grand’animo di seguitar tale impresa: al che fare io lo confortai pure assai, ma impedito poi dalle guerre che hebbe con Carlo V imperadore, credo non vi potessi attendere. Quando poi insieme alle notizie sulle scoperte del nuovo mondo, giungevano anche echi circa le usanze ed i costumi di quelle popolazioni sconosciute, il Rossi, sempre con il suo spirito scanzonato che conosciamo, è pronto a coglierne gli aspetti più singolari e divertenti: Maravigliasi alle volte un mio amico del pazzo instituto di alcuni lochi nelle Indie nuovamente ritrovate, che haveano per usanza ne’ sponsalizij, che il suo sacerdote secondo la loro rilligione fosse quello che prima si copulasse con la sposa. Al che io dissi che Camillo Bambagio mio servitore da Reggio di Lombardia saria stato buono per quelli paesi, perché in Roma spesso era chiamato a passare donzelle tanto chiuse che li sposi non le poteano penetrare, onde li loro mariti di consenso delle madri, lo chiamavano a questa opera… Veggasi adunque per li strani usi e accidenti del mondo, che la maggior parte delle cose consistano nelle usanze e consuetudini, anzi nella utilità e necessità delle cose. E che questo è un mondo da conoscerlo per acquetarvisi dentro e goderlo come si sia, e passare innanzi sin che a Dio piace. In quest’ultima frase, detta da un prelato, vi è tutto lo spirito del rinascimento pre-conciliare, quando nemmeno la condizione ecclesiastica impediva di avere una visione marcatamente prosaica ed epicurea della vita.

Ho già avuto modo di parlare della conoscenza che il Rossi ebbe con Benvenuto Cellini, ma il famoso scultore non è l’unico artista che si incontra scorrendo il manoscritto; citerò un episodio, anche se già noto per essere stato narrato dal Vasari, e riguardante Michelangelo: Michelagnolo Buonarroti scultore e pittore eccellentissimo per havere in l’una e l’altra professione fatte opere sublimi in Roma et in Fiorenza, sì come ne appaiano statue e pitture bellissime, dico nella cappella picciola del palazzo del Sacramento di Roma che si vede e nella grande di papa Sisto per lo purgatorio et inferno da lui mirabilmente ritratto, invenzione nel vero rarissima; essendo oltraggiato da Biagio da Cesena maestro di cerimonie di Roma in due cose: la prima di volere vedere la sua pittura mentre che era chiuso e la facea, e poi per haver detto che vi erano molte figure obscene non degne di quel loco nel suo inferno, lo ritrasse per vendetta tanto al naturale et più non si può immaginare, e lo pose in bocca ad un dragone in così strani atti e pene, et Dante non ne sapria trovare meglio, a tale che subito che si vedea movea le risa, essendo la effigie sua così nota, che per l’eccellenza della pittura non vi era bisogno né di dimostrazione, né di commento; di che maestro Biagio ne stava di mala volontà, dolendosene spesso con Paolo III che ne havea gran spasso; onde fu necessario a Michelagnolo por mano di nuovo alla figura sì che non tanto vi si assomigliassi. La versione fornita dal Rossi su questo fatto, differisce solo nell’epilogo rispetto a quella del Vasari, il quale invece dice che il pittore non aderì alle richieste di modificare l’affresco.

Un altro episodio gustoso, narrato nel manoscritto, riguarda lo scultore fiorentino Baccio Bandinelli: Il cavaliere Bandinello fiorentino, parimente scultore eccellentissimo, nel fare la sepoltura del sig. Giovanni de’ Medici ad istanza del duca Cosimo suo figliolo, ove vi intervengono di molte figure di rilievo e mezzo rilievo, essendo oltraggiato da Baldassarre Turini da Pescia che fu datario di papa Leone, huomo di dissoluta vita, lo ritrasse in marmo così eccellentemente che ciascuno che lo havea veduto lo riconoscea; facendolo baciare le parti vergognose ad una porca, come quello che continovo viveva in mezzo delle meretrici et è quello che al tempo di Lione X, nella guerra di Urbino fece quella falsità nel vendere di molti offizii etiandio con giuramento, non havendo alcuno per allora vacato. Imperò mostrandomi Cosimo questo spettacolo, prudentemente disse: Queste genti non sono da offendere, perciò che ti fanno di questi scherzi; al che rispondendo io dissi: che Ply. al 35° libro all’XI capitolo recita un atto simile di Cleride pittore eccellentissimo quale non essendo stato rimunerato, anzi ingiuriato dalla regina Strattonice, la ritrasse al naturale insieme con un pescatore amato da lei; volendo con queste due figure ritrarre la volontà tanto celebrata dagli Epicurei, e questa tavola appiccò nel porto di Efeso fuggendosene subito. Talché la regina, veduta la tavola di tanta eccellenza, non volle che fosse spiccata per essere in quella meravigliosamente espressa l’una figura e l’altra. Il che per avventura fu da lei fatto posponendo l’honore alla vergogna per l’amor grande che portava al pescatore di già noto a ciascuno, e per dare con questo molto maggiore esemplo di voluntà e fede della intenzione di Cleride a spettatori, sopra di che ridendosi il duca confermò di nuovo le parole sopradette, confessando che le vendette de’ scrittori eccellenti erano maggiori che quelle di cotali artefici, perciò che elle duravano ancor più, essendo che essi dopo la morte de’ grandi erano li essaltatori e condennatori delle buone e cattive opere loro, le quali quantunque fossero exenti non haveano maggiore né più fermo stato, che quello che ricevano da essi scrittori, di che se ne potriano dare moltissimi essempii, che per brevità taccio.

 

 

Numerosi sono i filoni di ricerca che potrebbero trovare giovamento dal "ritrovamento" del manoscritto della "Storia generale" di Giangirolamo de' Rossi, a cominciare dalla "guerra di Siena" di cui si è così bene occupato Piero Pallassini, alle controverse questioni intorno alla "guerra di Parma" (1551-1555), ai discussi rapporti che intercorrevano fra le famiglie dei Rossi e dei Farnese (1534-1564), alle vicende imperiali (Carlo V e Filippo II) e francesi (Francesco I ed Enrico II), alle relazioni con la famiglia dei Medici (reinsediamento del 1530, assassinio del duca Alessandro, governo di Cosimo I), per non dire degli aspetti socio-antropologici di quasi due terzi del secolo XVI, così come traspaiono dagli scritti del Montani e dello stesso Pallassini (dalle patologie mediche alle scoperte geografiche). E si potrebbe proseguire con altri mille svariati argomenti che toccano aspetti autobiografici e squisitamente locali parmensi e sansecondini.

 

Piero Pallassini, dal sottoscritto direttamente contattato, ha assicurato che i proprietari non dovrebbero avere difficoltà a mettere il manoscritto a disposizione degli studiosi. Una parte, poco più di un decimo per la guerra di Siena, è stata ritrascritta, parte integrante del suo saggio, dallo stesso Pallassini; per i restanti nove decimi si auspica che chi può possa!

 

 


Giuseppe Montani
Lettere intorno ad alcuni Codici
della libreria del marchese Luigi Tempi


Accademia degli Intronati di Siena
BVLLETTINO SENESE DI STORIA PATRIA (2007)
(pubblicato nel 2008)
Il saggio di Piero Pallassini
Una fonte inedita per la "guerra di Siena"
con ritrascrizione parziale del manoscritto
va da pag. 97 a pag. 213


Del ritrovamento del manoscritto ha datò notizia
in data 24 febbraio 2010 la
GAZZETTA DI PARMA
Corrispondenza da San Secondo
Ritrovato in rete manoscritto di Giovangirolamo de' Rossi


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