Ippolito de' Rossi

San Secondo 31 ottobre 1531  -  Roma 28 aprile 1591

 

Fratello del Conte di San Secondo Troilo II, figli entrambi di Pier Maria il Giovane e di Camilla Gonzaga, Ippolito de' Rossi nasceva a San Secondo il 31 ottobre 1531.

Nel 1559 veniva nominato da Pio IV (Giovan Angelo de' Medici) cameriere segreto e protonotario apostolico. Otteneva, pure, la commenda dell’Abbazia di Chiaravalle della Colomba e di un altro beneficio arcipresbiterale in quel di Imola.

Nel 1560, auspice lo zio Giovan Girolamo, ricevuti nel giro di poche settimane gli ordini sacri e la consacrazione episcopale, veniva inviato vescovo coadiutore a Pavia con diritto di successione allo zio stesso.

Ippolito, diversamente dallo zio Giovan Girolamo, risiedeva permanentemente in Pavia, dando alla diocesi un assetto organizzativo tale da essere ricordato anche negli anni a venire. Addirittura per le sue benemerenze in campo ecclesiale ed anche in virtù della elezione a Papa di Sisto V, Felice Peretti, suo grande estimatore, conquistava finalmente la fatidica "berretta" di cardinale, sempre sfuggita allo zio paterno. Creato cardinale nel Concistoro del 18 dicembre 1585, materialmente la "berretta", per speciale privilegio, gli veniva imposta dal granduca Ferdinando de' Medici nella Cattedrale di Firenze la settimana successiva, proprio nel giorno di Natale, alla presenza di tutto il corpo diplomatico. Il Granduca aveva pure voluto che una staffetta, partita dalla città gigliata, recasse la notizia a San Secondo, nel momento stesso in cui egli compiva la cerimonia.

Ippolito, oltre al governo della diocesi di Pavia, partecipava, a Roma, al conclave che portava alla nomina di Urbano VII - Gian Battista Castagna - e dopo la morte di questi, che ebbe un pontificato di soli 13 giorni, era pure presente alla elezione di Gregorio XIV - Niccolò Sfondrati nativo forse di Somma Lombardo (oggi in provincia di Varese) nel 1535 e vescovo di Cremona dal 1560 al 1590 - personaggio con il quale era in grandissima familiarità.

In Roma, in seguito agli strapazzi conseguenti ai lavori di due conclavi e per un improvviso attacco malarico, cessava di vivere il 28 aprile 1591, a poco più di 59 anni di età. I Cardinali Vincenzo e Scipione Gonzaga, parenti ed esecutori testamentari, gli facevano preparare un sepolcro nella Chiesa di San Biagio dell'Anello - ora San Carlo ai Catinari -, suo titolo cardinalizio, sulla pietra tombale la iscrizione, come ripresa dall'originale (mancante della indicazione dei mesi e dei giorni), dal portale tedesco requiem-projekt.de, e dalla trascrizione che conclude la biografia fattane dallo Spelta e pubblicata a Pavia nel 1602 (dove appaiono anche i mesi ed i giorni vissuti):

 

 

Si ripropongono, di seguito, la trascrizione della lapide romana (che, salvo pochissime variazioni, soprattutto di punteggiatura, corrisponde quasi completamente al testo dello Spelta) e quanto troviamo (nota n. 16, alle pagine 112-113) nell'articolo IL CARDINALE di Virginio L, Bernorio (in AA. VV., San Secondo - Arte, storia, attualità, La Nazionale Ed., Parma, 1970).

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D O M
Hippolyto rvbeo card
avitae nobilitatis splendore
svmmaeq virtvtis lavde clariss
qvi episcopvs ticinen concilio
tridentino interfvit in svaq
ecclesia xxx annos regenda
paternam in popvlvm sibi com
missvm caritatem perpetvvm
in retinenda ecclesiastica
disciplina stvdivm singvlarem
in omni vita integritatem
praestitit


io vincentivs et scipio
cardd gonzagae testamenti
execvtores affini et collegae
optimo posvervnt
vixit annos lix menses        dies
obiit iv kal maii m d xci

D. O. M.
Hippolito Rubeo Cardinali
Avitae nobilitatis splendore
Summaeque virtutis laude clarissimo,
Qui episcopus Ticinensis concilio tridentino interfuit
In suaque ecclesia xxx annos regenda
Paternam in populum sibi commissum charitatem,
Perpetuum in retinenda ecclesiastica disciplina studium
Singularem in omni vita integritatem praestitit






Ioannes Vincentius et Scipio Cardinales Gonzagae
Testamenti executores
Affini et collegae optimo posuerunt
Vixit annos LIX  Menses V  Dies XXVIII
Obiit IV Kal. Mai MDXCI

 

Anche Ireneo Affò, nelle sue Memorie degli scrittori e letterati parmigiani (Stamperia Reale, Parma, 1789 - 1797), trattando di Federigo ed Ippolito Card. Fratelli  de' Rossi (Tomo IV, CLXXXV, pp. 184-187), riporta l'iscrizione, in tutta evidenza desunta dallo Spelta, dal momento che chiude il capitoletto con le testuali parole: "La vita di questo Porporato puà leggersi tra quelle de' Vescovi di Pavia, data il luce l'anno 1597 da Antonio-Maria Spelta; e in quella de' Cardinali dell'Oldoino".

 

 

Appare, pertanto, strano che i vari biografi - dallo stesso Spelta, all'Affò, al Litta (che oltretutto colloca la morte al 18 di aprile del 1591) - non identifichino chiaramente il dies natalis nel 31 ottobre 1531, inducendo qualcuno (leggi Virginio L. Bernorio) a sostenere un erroneo 1° novembre 1532.

 

Foto della tomba
con vari gradi di ingrandimento
nel portale tedesco requiem-projekt.de


 

In "Historia d'Antonio Spelta" Pavia, 1602, pag. 478 (e sino a pag. 529).

A causa della lunghezza della citazione, rimandiamo direttamente al libro.

 

In "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni" di Gaetano Moroni, Tipografia Emiliana, Venezia, 1840 - 1861, vol. LIX, p. 178:

ROSSI (DE) IPPOLITO, Cardinale. Nacque in Parma dai marchesi di s. Secondo e Barceto, ed applicatosi di buon'ora agli studi nelle più celebri università d'Italia, trasferitosi in Roma fornito di scienza e di virtù, sotto la direzione di Gio. Girolamo suo zio vescovo di Pavia e Governatore di Roma (il quale fu posto in Castel s. Angelo e fu in procinto di perdere la vita, calunniato dell'assassinio del conte Alessandro Langoschi), divenne cameriere segretodi Paolo IV, indi nel 1560 da Pio IV fu dato in coadiutore nel vescovato allo zio, il quale n'era stato reintegrato dal suo amico Giulio III. Con tal grado nel 1561 fu al concilio di Trento, dove la penetrazione del suo ingegno e la profonda sua dottrina lo resero oggetto d'ammirazione, mostrandosi dotto teologo e valente giureconsulto.Tornato nella sua chiesa, nel 1564 l'ottenne in proprietà, dipoi SistoV a' 18 dicembre 1585 lo creò cardinale prete di s. Maria in Portico, indi di s. Biagio dell'Anello. La porpora non fece altro cambiamento in lui, che di renderlo più sollecito e impegnato nell'adempiere l'apostolico ministero. Colle sue mani distribuiva le rendite ecclesiastiche e le patrimoniali fra' miserabili; con aiuti e consiglio consolava le vedove ed i pupilli, onde si acquistò il nome di imitatore ed emulo di s. Carlo Borromeo. Fondò in Pavia il seminario e lo spedale, unì al capitolo della cattedrale la collegiata di s. Maria delle Pertiche, decorando il prefetto di essa col titolo di decano del capitolo. Sollecito dell'istruzione del proprio gregge, introdusse in Pavia le scuole della dottrina cristiana, da insegnarsi nei dì festivi nelle parrocchie, dove con assidua ed esemplar frequenza si trovava presente. Celebrò diversi sinodi, visitò la città e diocesi con gran profitto delle anime, spiegando egli stesso l'evangelo. Fece editti di tanta saviezza, che sebbene giovane, da tutti veniva giudicato prudente vecchio. In tempo del contagio, non solo ricchezze e roba, ma sagrificò la sua persona a servizio degl'infermi. Si mostrò geloso e intrepido difensore de' diritti di sua chiesa, come tra le altre cose Io fece vedere in una controversia ch'ebbe con s. Carlo Borromeo, il quale nel 1565 l'invitò co' vescovi suoi suffraganei al concilio provinciale. Dispiacque ciò ad Ippolito, non solo per non dipendere la sua sede da quella di Milano, ma pel modo tenuto d'imperiosa citazione; laonde si recò da s. Carlo, e con bei modi lo pregò a rivocare l'intimazione lesiva all'antichissima esenzione della sua chiesa Ticinese, che pe' decreti del concilio di Trento era in libertà di eleggersi quel metropolitano viciniore che le fosse piaciuto, propendendo per quello di Genova; non doversi considerare a lui soggetto perchè nel civile e nel temporale Pavia dipendeva dalla provincia di Milano, su di che s. Carlo fondava le sue ragioni. Il vescovo di Pavia gli fece considerare, che tale politica economia soggiaceva a variazioni, secondo la condizione de' tempi, delle guerre e delle conquiste, non così succedeva nella spirituale ed ecclesiastica giurisdizione. Non volendosi persuadere s. Carlo, il vescovo dichiarò che come particolare l'onorava e riveriva, ma qual pastore di Pavia, secondo il costume de' predecessori, non si riconosceva che unicamente soggetto alla s. Sede, a questa appellandosi con protesta e atto legale. Ad onta che i signori pavesi s'intromisero, con molte opportune considerazioni, s. Carlo non si rimosse dal suo proponimento, laonde si ricorse al Papa, rammentandosi che simile causa nel 700 era stata giudicata a favore di Pavia da Papa Costantino, la quale non doveva riconoscere che la s. Sede per superiora. Morto Pio IV zio di s. Carlo, questi si quietò. II cardinale impiegò considerabili somme nell'erezione dell'episcopio e della sagrestia della cattedrale, che pure restaurò, ed in cui fece fare con vago lavoro i sedili del coro, dipingere la volta e le pareti, arricchendola di preziose suppellettili; inoltre vi fondò la sontuosa cappella di s. Caterina, con cospicua dote. Dopo essere intervenuto ai conclavi per Urbano VII e Gregorio XIV, nel 1591 di 60 anni in Roma fu chiamato da Dio a ricevere il premio dellesue virtuose azioni. Ebbe sepoltura nel suo titolo, e poi fu trasferito in s. Carlo a' Catinari, avanti l'altare di s. Anna,con un magnifico elogio postovi dai cardinali Gianvincenzo e Scipione Gonzaga suoi amici. Di bell'aspetto, traeva ognuno ad ammirarlo e venerarlo, per la maestà che traspariva in lui; co' suoi sguardi commoveva, e sebbene si mostrasse grave, fu sempre cortese, benigno e affabile con tutti. Bella e tenace ebbe in modo singolare la memoria, bastando l'aver parlato una volta con qualunque persona, perchè egli ne ricordasse il nome e la condizione. Di casti costumi, d'integra vita, fu generoso e degno d'ogni elogio.
 

In "Tradizione apostolica e coscienza cittadina a Milano nel medioevo: la leggenda di san Barnaba" di Paolo Tomea, pubblicato da Vita e Pensiero, 1993.

Il 25 agosto 1565 Carlo Borromeo aveva fatto inviare al vescovo di Pavia, Ippolito de Rossi, la convocazione a presentarsi nell'ottobre successivo a Milano, per il primo concilio provinciale, alla stregua di un normale suffraganeo. L'ingiunzione ledeva in modo inequivocabile l'autonomia della Chiesa pavese, che, come è noto, aveva sempre gelosamente rivendicato la sua indipendenza da Milano; pertanto, dopo che il de Rossi, opposto un rifiuto, ebbe tentato di convincere senza successo il Borromeo del diritto del presule di Pavia a scegliere — in conformità con quanto previsto dai canoni tridentini per i vescovi esenti — il proprio metropolitano, la causa fu portata davanti al pontefice, Pio IV, che morì, tuttavia, prima di definirla. La questione fu messa a sopire dal successore di questi, Pio V, ma, circa un ventennio più tardi il de Rossi, che nel frattempo era stato elevato alla dignità cardinalizia, ottenne piena soddisfazione e, inoltre, la conferma di altri importanti privilegi, fra cui quello del pallio e della croce gestatoria, da lungo tempo considerati prerogative dei vescovi pavesi. Gli inevitabili malumori e l'opposizione dell'arcivescovo di Milano, Gaspare Visconti, furono definitivamente fatti tacere nel 1593.

 

 Cenni biografici raccolti e inseriti da Pier Luigi Poldi Allaj)


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Rev. 1 - 31 ott. 2013 - Comparazione epitaffio


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